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Memento

 

Leonard Shelby soffre di una grave disfunzione alla memoria anterograda. È dunque incapace di fissare i ricordi per più di qualche minuto. La patologia è comparsa in seguito a un evento traumatico: la moglie è stata stuprata e uccisa da due malviventi. Nel tentativo di salvarla Leonard subisce una grave ferita alla testa. L’ultimo ricordo del protagonista riguarda proprio la moglie, avvolta nel cellofan, che sta morendo asfissiata. Il film è montato al contrario, lo spettatore avverte dunque la stessa sensazione di confusione e spaesamento di Leonard che ogni mattina deve confrontarsi con il vuoto mnestico del “chi è divenuto” e del “cosa è successo”. Il tempo si è fermato per Leonard al momento dell’aggressione alla moglie. Come ogni uomo, sente il bisogno di una narrazione significante degli eventi della propria vita. Leonard però non avverte il passare del tempo, decide così di imporsi un metodo ordinato, che apprende ogni dieci minuti, per l’immagazzinamento artificiale dei ricordi: usa il proprio corpo su cui tatua frasi che riguardano lo scopo della sua esistenza –trovare e uccidere l’assassino e stupratore, sopravvissuto, della moglie – e le varie scoperte già fatte al riguardo.

L’impresa del regista, Christopher Nolan, sembra riuscire in ogni intento. Innanzitutto al livello di qualia: -Cosa prova un soggetto affetto da deficienza di memoria anterograda?-.

Lo spettatore inizialmente non capisce chi è Leonard; non comprende perché sta uccidendo; non sa che tipo di patologia affligge il protagonista; non ha alcuna memoria relativa alla vittima. Apprende e ricostruisce gli eventi accaduti, riconosce e valuta i personaggi coinvolti esattamente come Leonard: attraverso le scritte sul suo corpo, i bigliettini e le didascalie sulle foto che il protagonista scatta pazientemente ogni volta che si trova di fronte a una nuova immagine da memorizzare.

Lentamente si arriva però anche alla differenza più sostanziale che intercorre tra i soggetti “normali” e un soggetto come Leonard. L’artificialità dell’immagazzinamento non consente di compiere le giuste inferenze, anzi il pericolo più grave è la ricorrenza dell’errore, pregiudizievole per l’acquisizione di tutte le informazioni successive. Lo spettatore, soltanto nel momento in cui può esso stesso dar conto degli eventi e dunque valutarli attraverso il ricordo della trama già avvenuta, comprende sia il maggior pericolo di una grave disfunzione della memoria anterograda sia la modalità con cui normalmente organizziamo le nuove esperienze a partire da quelle già fissate. Nella vita di tutti i giorni benché si agisca seguendo i propri pregiudizi in realtà ci si dà sempre la possibilità di modificare le valutazioni attraverso l’acquisizione di nuovi dati non necessariamente consapevoli. Insomma, “aggiustiamo il tiro” costantemente proprio grazie all’interazione tra memoria anterograda e retrograda. Decidere in modo definitivo sulla verità di un giudizio determina inevitabilmente conclusioni adeguate alla premessa, impedendo la falsificazione.

Leonard, per esempio, memorizza su una foto del deuteragonista, Teddy, che non deve mai credere alle sue bugie. Ogni volta dunque che guarderà la foto per ricordarsi chi è Teddy  saprà anche che non dovrà fidarsi di lui e di ciò che dice. Non potrà più falsificare il suo giudizio e quando Teddy gli darà nuove informazioni Leonard le valuterà come false e non le trascriverà per non commettere errori ripetitivi.

Senza dubbio un errore di giudizio può intervenire anche nella nostra vita di soggetti normali, ma è altrettanto indubbio che possiamo modificarlo nel momento in cui viviamo ulteriori esperienze. Man mano che sommiamo i nuovi dati, la premessa iniziale può cambiare. Il metodo di immagazzinamento di Leonard non prevede la trascrizione di fatti o eventi in disaccordo con i comandi scritti che lui stesso si dà, per evitare la confusione e l’assenza di punti fermi. Le sue certezze dunque non possono essere modificate.

Il tatuaggio più importante, che campeggia sul corpo di Leonard, con le lettere specularmente al rovescio perché possa leggerlo ogni volta che si guarda allo specchio, gli ricorda di trovare e uccidere chi ha stuprato e ucciso la moglie. Scoprire e ammazzare l’assassino sarà dunque inutile perché Leonard non trascriverà l’evento essendo in disaccordo con l’imperativo presente che si è autoimposto. La narrazione significante della sua vita comincia da quel comando, la cui perdita lo condurrebbe inevitabilmente alla fine del senso della sua intera esistenza. Un rischio che non può correre. Anche quando gli sembra di essere di fronte alla verità, il margine di dubbio che avverte lo induce a preferire l’eliminazione dell’intero ricordo piuttosto che un danno più grave e più invasivo. Il rischio, però, è che possa uccidere più di una volta.

La frustrazione di Leonard, quando sembra ormai tutto disvelato, genera il dubbio che inficia la scelta di immagazzinare il ricordo. Preferisce il racconto, che ha costruito sulla propria vita, colmando le incongruenze con falsi ricordi, piuttosto che cadere nella vacuità di senso.

E frustrazione e dubbio sono anche le ultime emozioni che giungono allo spettatore quando si trova davanti ai titoli di coda.

Altro punto fondamentale, probabilmente la cifra di questo film, riguarda l’uso del proprio corpo come memoria.

“Corpo io sono in tutto e  per tutto, e null’altro”, scriveva Nietzsche (Dei dispregiatori del corpo in Così parlò Zarathustra, Adelphi, Milano 2008, p. 33). Memento esplicita in modo magistrale questa verità. Il tempo che siamo è inciso sul nostro corpo, che ricorda ogni istante e non oblia nulla. Il corpo di Leonard parla, nel vero senso della parola. Il protagonista dovendo scegliere un hard disk esterno non può che preferire la superficie del suo corpo, che diventa alla lettera ciò che è: corpo-mente.

Ecco l’ultima differenza tra Leonard e noi: lui lo sa, ne ha certezza, ne fa esperienza in ogni istante; noi, normali, normalmente no.

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2 risposte a Memento

  1. Biuso scrive:

    Puntuale e appassionante questa tua riflessione, Giusy, su un’opera bellissima, che offre da subito la propria cifra con la scena della polaroid che svanisce nelle mani del protagonista, esattamente come si dissolvono dalla sua mente i ricordi appena registrati.
    Il film fa ben comprendere come la memoria e il tempo vissuto (Husserl direbbe i vissuti temporali) siano tutto per un essere consapevole di sé e come perdendoli si smarrisca il significato stesso della vita e dell’esserci. Ma la cosa più stupefacente è che noi, gli spettatori, entriamo nella mente del protagonista e non solo nelle sue vicende. Me-mento, –mento a me stesso- per vivere ancora dopo degli eventi/ricordi diventati troppo dolorosi.

     
  2. Giusy scrive:

    Caro Alberto,
    il tuo commento è talmente puntuale e arricchente che il primo istinto è di sostituirlo alla mia recensione. :-)
    Un abbraccio,
    Giusy

     

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