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Alle ore 17.00 sul numero 18

 

Il 10 dicembre 2010, alle cinque del pomeriggio, il 18 era stracolmo. La gente si spingeva infastidita dal contatto, come al solito. Qualcuno si lamentava, qualcun altro si faceva spazio guadagnando pochissimi centimetri, altri ancora inespressivi aspettavano soltanto la loro fermata. Tutti uguali: stanchi, affranti da quel tragitto soffocante che faceva ancora più dolce il rientro tra le mura domestiche. Esattamente come indossare un paio di scarpe strettissime rende piacevole il momento in cui si toglieranno e sopportabile l’attesa. Allentare i lacci corrispondeva alla vana gioia di veder scendere qualche persona anziché vederne ancora entrare. Dal finestrino, tra una testa e l’altra, avevo notato dei ragazzi con il volto colorato che si muovevano in gruppo in cerca del mezzo su cui salire. Mi sembrava di aver riconosciuto un mio alunno dell’anno passato ergersi tra la gente stipata dentro un autobus.  Dal modo in cui gesticolava dava la sensazione che stesse tenendo un comizio.

Ho creduto di essermi sbagliata. Dopo circa dieci fermate, la gente già sospirava. L’autobus aveva sputato fuori molti corpi stritolati che ritornavano alla quasi-vita nel via vai frenetico dei marciapiedi. D’un tratto un gruppo di ragazzi con le facce colorate hanno invaso il 18. Quei volti bisognava per forza notarli, anche se fossero rimasti in silenzio. Tra loro il mio alunno: Giorgio. Un ragazzo di diciassette anni. Aveva afferrato, quasi arrampicandosi, l’asta orizzontale di sostegno del mezzo, attaccata al tetto, e spingendosi in alto, grazie a un rialzo presente, con un braccio vi si era avvinghiato. Qualcuno degli amici suggeriva di cambiare autobus per l’eccessiva folla presente. In cuor mio speravo che Giorgio non desse loro ascolto. Volevo sapere cosa avevano da dire.

A voce alta e anche roca –quell’attività, infatti, come in seguito ho avuto modo di scoprire, durava da tutto il pomeriggio e coinvolgeva decine e decine di ragazzi del Liceo Classico “Colombo” dove per due anni ho avuto l’onore di insegnare e avere di fronte questi alunni, a cominciare da Eugenio Damasio, attuale rappresentante di istituto e tra i promotori dell’iniziativa- Giorgio Stimamiglio ha iniziato più o meno così: “Ascoltatemi, signori, adesso vi leggeremo un brano delle Storie di Tucidide: il famoso discorso che nel 461 a. C. Pericle rivolse agli ateniesi”.

La gente dopo un primo momento di sorpresa era ritornata a pensare con molta probabilità alle scarpe che a casa avrebbe avuto il piacere di sfilarsi. Giorgio era un altro che si frapponeva alla meta e al sapore della meta. Mentre leggeva mi ha riconosciuta.

“Prof” ha sussurrato. Con gli occhi gli ho dato il mio cenno di consenso, invitandolo a continuare senza timore. E lo ha fatto. Un’altra lettura attendeva i viaggiatori, annoiatissimi e stufi, da quella presenza ingombrante: I limoni di Montale.

Qualcuno lasciava l’autobus imprecando in genovese perché Giorgio gli “stava stonando la testa”.

Il mio alunno e i suoi compagni non demordevano, però. Non sembravano per nulla intimoriti, pareva che l’unica cosa di cui avessero paura fosse che qualcuno rubasse loro la cultura. Così sostenevano. Accusavano il Governo di sostanziosi tagli alla ricerca, di un sistema diabolico che si presenterebbe come meritocratico mentre in realtà vorrebbe consolidare vecchi poteri già acquisiti.

La gente stava in silenzio. Neppure li guardava. Io scattavo foto. Non volevo perdermi un singolo momento. Volevo capire, ma non cosa avesse fatto il nostro governo –quello purtroppo mi è noto- piuttosto cosa stesse facendo la nostra società per difendere i nostri ragazzi, a parte sostenere che sono strumentalizzati.

Nessuno sembrava domandarsi come mai degli adolescenti avessero deciso di trascorrere il venerdì pomeriggio, anziché davanti alla playstation o al computer o in giro per i negozi o in un locale con gli amici, su quell’autobus e su chissà quanti altri. La risposta più sensata, che credo si siano dati per il modo in cui stavano reagendo alla loro presenza, non poteva che essere: -Non hanno nient’altro da fare che venire a rompere le scatole a noi-.

Sorprendente davvero che gli effetti sulla popolazione italiana della geometria del disegno politico attuale sia apparsa a me chiaramente alle ore 17,00 sull’autobus n.18.

Anime spente, la cui alienazione molto probabilmente non trova più sfogo nella religione e neanche nella sessualità ma di fronte a emozioni finte e non loro che arrivano dalla televisione. Veri e propri automi. Forse non hanno neanche memorizzato l’evento accaduto alle ore 17,00 sull’autobus n. 18.

I cittadini della polis ateniese sarebbero stati molto attenti, invece, anche se un Giorgio del V secolo a. C. avesse letto qualcosa di assolutamente contrario alla loro etica politica. Erano cittadini attivi e attivi erano anche coloro i quali non godevano del diritto di cittadinanza.

Noi siamo molto più democratici, però. Non sono presenti note stonate nella nostra Costituzione che vadano contro l’uguaglianza, la libertà, i diritti inviolabili, la partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese; che impediscano il pieno sviluppo della persona umana; che non garantiscano la democraticità della nostra Repubblica fondata sul lavoro, la cui sovranità appartiene al popolo.

Nell’Atene dell’età classica sappiamo che si riteneva la donna un essere inferiore; che gli stranieri, pur se ben accolti, non avrebbero mai potuto ottenere la cittadinanza;  che lo schiavismo era un’istituzione, esercitata nelle forme più bieche.

Noi siamo molto più democratici. Le donne hanno piena parità con gli uomini; gli stranieri godono di totale rispetto, possono ottenere la cittadinanza italiana; e la schiavitù poi non esiste più, perché la libertà è un bene persino inalienabile.

Eppure come non avvertire la sensazione che forse, pur avendo raggiunto la parità dei sessi -questa continua insistenza su modelli estetici, questo continuo far leva sulla necessaria bellezza della donna, questo continuo bombardamento di immagini e testi che prima di mettere in evidenza l’intelligenza puntano sulla qualità delle fattezze femminili- subdolamente si voglia costringere la donna a credere di essere ontologicamente inferiore e dunque di aver bisogno di un superiore livello estetico per essere apprezzata? E quale esempio, quale paradigma ha dato l’attuale presidente del consiglio pur essendo lui stesso laido e nano?

Come non avvertire che, pur se gli stranieri possono ottenere non soltanto il permesso di soggiorno ma anche la residenza e la cittadinanza, in realtà si fa continua opera mediatica a favore di una mentalità razzista che individua nello straniero –in un particolare tipo di straniero, quello già considerato geograficamente e nazionalmente inferiore- un soggetto delinquenziale, ignorante e stupido da combattere e da indicare come nemico?

Come non avvertire la sensazione che forse, pur non esistendo più la schiavitù, siamo finiti in una fossa ben peggiore che oltre a toglierci la libertà fisica ci priva ancor prima di quella persino mentale? La televisione non ci sta insegnando forse a non pensare più? Non siamo abituati, forse, a non interessarci più dei fatti politici, dell’andamento del nostro Paese, perché come bambini ci hanno abituati a cercare conforto, a trovare divertimento, a dimenticare preoccupazioni e speranze, in vacui programmi televisivi, cretini quanto basta per spegnere le attività neuronali del nostro cervello? Non hanno inculcato forse ai nostri ragazzi il paradigma della passività per garantirsi futuri elettori che non saranno mai cittadini attivi?

Questa è l’eredità che lasciamo al futuro popolo italiano, agli attuali adolescenti, a quei bambini assuefatti all’assenza di stimoli veri ed educativi poiché piantati, alla lettera, sin da neonati davanti al televisore.

Prima di scendere una ragazza ha urlato: -Viva la cultura!-

Bene, ragazzi. Avete scoperto che il tentativo oggi più esplicito –pur se nascosto tra i balocchi- è quello di ricondurre nelle tenebre dell’ignoranza una popolazione schiava di immagini false. Siamo nella caverna, noi adulti. E al Sole siamo morti. Coloro che tentano di urlare ai prigionieri le verità trovate saranno presi per pazzi o uccisi. Non perdete tempo prezioso con noi adulti, ragazzi. Non si tira sangue dalle rape. La vostra attività dovete svolgerla tra i vostri coetanei. È loro che potete ancora far svegliare. I morti sono morti e niente li può riportare in vita.

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3 risposte a Alle ore 17.00 sul numero 18

  1. maurizio scrive:

    Da qualche giorno è nell’aria una vibrazione già sentita anche se a molti, purtroppo, suona nuova. I ragazzi si stanno svegliando e ribellando, i ragazzi urlano e affrontano, i ragazzi guardano al futuro, al loro futuro che sarà di riflesso anche il nostro. E’ la loro forza che può scrollare le coscienze da quasi-morti che c’erano su quel 18 e su tutte le altre linee. Non sprecano tempo con gli adulti, con alcuni forse, ma molti sono con loro e forse molti lo saranno sentendoli urlare. Se sul 18 ci fossero stati donne e uomini pronti ad ascoltarli, non ci sarebbe bisogno di urlare, continuate ragazzi, non vi stancate mai, saremo migliori anche noi, almeno per il tempoche ci resta.
    Grazie

     
  2. admin scrive:

    Spero tanto, Maurizio, che tu abbia ragione. Credi davvero, però, che gli adulti a cui faccio riferimento, che soltanto metaforicamente sono quelli dell’autobus n. 18, siano in grado di mettersi in discussione perché degli adolescenti li invitano a farlo? Molti non ascoltano neanche i loro stessi figli; mi domando, dunque, da dove arrivi la speranza che possano ascoltare i figli di qualcun altro.
    E comunque hai ragione. Io condivido pienamente quest’iniziativa. Soprattutto per la consapevolezza ulteriore che giunge a chi è già cosciente della situazione attuale.
    Questi ragazzi sono da lodare, da sostenere, da apprezzare e da proteggere dal disincanto che purtroppo ha ucciso già gli adulti, dormienti o desti che siano.
    Anche me.
    Dunque, Maurizio, tra gli effetti positivi di quell’iniziativa annovero anche la tua risposta: li hai protetti dal mio disincanto e te ne sono grata.

    Un caro saluto,
    Giusy

     
  3. Mark Twight scrive:

    Mi dispiace, dopo il commento di Maurizio, sprofondare in un pessimismo ancora peggiore di quello che traspare dall’articolo: non sono solo gli adulti ad essere ingrigiti e anestetizzati fino a non dare il minimo ascolto a dei ragazzi che urlano in un autobus la loro voglia di reagire. Anche moltissimi ragazzi e tagazze sono completamete disinteressati: penso che la i mei compagni di classe non solo non avrebbero ascoltato Giorgio, ma l’avrebbero anche sbeffeggiato, deriso, si serebbero sentiti molto grossi nel prendere in giro qulacuno che impiega il suo tempo in maniera costruttiva. Perchè loro lo sanno che Giorgio ha ragione, sanno che bisogna impegnarsi, non farsi calpestare, reagire. Però non ne hanno voglia, quindi è meglio prendere tempo, trovarsi delle ridicole giustificazioni, ostentare sicurezza di sè per convincersi che si ha ragione. Lei sa che non tutte le scuole sono come il Colombo, purtroppo. Sa bene che in certi ambiti tentare di dialogare con i giovani può essere molto più avvilente che cercare di estorcere un qualche interesse a degli adulti. Per molti ragazzi e ragazze della mia età, il rapporto con la politica è di tipo amletico: non ci siamo scelti il dovere di ribellarci, ma ci è imposto, e noi sappiamo che dobbiamo farlo, ma, salvo qualche eccezione, non lo facciamo. Permane un fondo di senso di colpa, quando si sente di studentesse picchiate dalla polizia a Roma: magari, se ci fossi stato anch’io, avrebbero picchiato me invece che una ragazza.
    E maledizione, avrei proprio voluto esserci anch’io a a gridare su qualche autobus

     

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