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A Claudio Zarcone

 

Carissimo Claudio Zarcone,

mi perdoni se in punta di piedi mi permetto di commentare la sua lettera.

Per qualsiasi genitore sopravvivere ai figli è senza dubbio l’evento più tragico da reggere nella propria esistenza, persino più tragico della stessa morte. Sceglierla infatti sarebbe molto meno doloroso che sopportare la non-presenza invasiva di quel vuoto. L’unico modo però per ascoltare e vedere quello che un figlio cercava nella morte è avere la forza di prestargli le proprie orecchie e i propri occhi per il resto della vita. È un atto di amore estremo –me ne rendo conto- ma l’unico che possa consentire ancora di assolvere quel compito di protezione che ogni genitore sente nei confronti del proprio figlio. Condivido per tale ragione ogni aspetto e ogni immagine di questo dono che è la sua lettera, a maggior ragione la sua ultimissima dichiarazione, così come il suo commento di rifiuto a qualsiasi consolazione metafisica. Mi addolora il pensiero che qualcuno possa credere che il riparo in escatologiche promesse possa lenire questo taglio inferto di netto alla propria esistenza. Che sia questo, insomma, ciò che manca al pagano, all’agnostico, all’ateo, per ritrovare nella vita –dopo un evento simile- un qualche sapore. Mi addolora chi imprigiona questo suicidio dentro ragioni di inappagamento professionale. Comprendono, i molti, soltanto quando si tratta di uomini soli, abbandonati a se stessi o ai margini di qualsiasi società. Una comprensione egoistica che possa permettere loro di dire a se stessi quanto fortunati siano a vivere come le pietre, ma in compagnia di altre pietre e dentro una casa di pietre resistenti, e con un lavoro di poche pretese a cui in fondo vorrebbero tirare le pietre. Insomma, parrebbe sufficiente non mirare troppo in alto per risolvere il problema o sostare nel basso che fa sentire umili anziché umiliati. Ecco, proprio quando leggo simili follie comprendo suo figlio ancor di più e mi permetto di ridurre il suo “quale” al mio. Comprendo quanto sorda, quanto muta sia questa società persino nel mostrarsi sensibile agli eventi. Troppo stordita da alienanti programmi tv e da mantriche preghiere, troppo inebetita da immagini tecniche e da semidivinità televisive. Ogni tanto, svegliandosi, pronuncia qualche parola che prima di essere di conforto agli altri è in realtà dell’altra droga da autosomministrarsi per dormire. Mi vergogno di quest’umanità alla quale appartengo che licenzia la storia di suo figlio come inopportunamente celebre, mentre continua ad accendere lumini per rimandare a un futuro inesistente la rivolta che non è in grado di affrontare in questa unica vita; per votarsi a ogni nuovo capo che l’aiuti a non ricordare l’inconsistenza e l’inautenticità scelta. Il vero suicidio -quello che approda al nulla attraverso il rifiuto della vita- è proprio quello di massa che la nostra società inconsapevolmente vive e i desti, purtroppo, con essa. Si sorprendono insomma che un ragazzo di ventisette anni abbia scelto di dire sì alla vita sino in fondo, anziché sussistere in questa morte continua dell’essere umano, che non ha più nulla di ontologico, perché alberga nell’effettualità come le cose e non nella realtà come dovrebbe essere. Non si domanda neppure –questo gregge che ormai è e che cristianamente si vanta di essere- se in verità la celebrità che per qualche giorno ha avuto suo figlio non sia dovuta ad altro che a una loro brama di curiosità, che a volte raggiunge l’orrido come nel caso mediatico dell’omicidio di Avetrana. Un voyeurismo che non ha proprio nulla dell’esistenziale heideggeriano attestandosi invece al più squallido livello di antiumanità, che sia mai stato raggiunto, perché schifosamente travestita di umana sensibilità. Fastidiosa, dunque, la scelta di suo figlio, meglio ammutolirla liquidandone la razionalità che l’attraversa come atto irrazionale agito per motivi non troppo condivisibili.

Io l’ammiro, dottor Zarcone, perché ha scritto una lettera che nessuno di noi merita, perché si è confrontato con i molti -di cui ho parlato e di cui forse anch’io faccio parte- con rispetto e gentilezza. Io non ne sarei stata capace. Io, che sono una mamma, li avrei mandati a quel paese senza pensarci un attimo. Che preghino pure il loro dio per non dar peso alle loro alienanti esistente, che guardino la De Filippi per spegnere le ultime attività neuronali che rimangono loro, ma si avvedano dal fare la morale a chi ritiene che l’unica divinità a cui sacrificarsi sia Dike, perché faccia una strage dei burattinai di questo teatrino dell’orrido.

Cordialmente,

Giusy Randazzo

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