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Su Cirillo, l’assassino

 

Noto sempre più spesso che il patriarca di Alessandria, Cirillo (370-444), assassino della filosofa Ipazia, viene difeso dai cattolici, appellandosi alla presunta assenza di prove. Mi chiedo, innanzitutto, quali prove siano necessarie. Invito a leggere i due testi di Luciano Canfora e di Diletta Grella, disponibili su internet, oltre all’interessante raccolta di fonti sul sito Maat.

Credo sia già tanto se, nonostante il periodo di ferocia cristiana, si sia avuta notizia, non soltanto di Ipazia, ma del coinvolgimento di Cirillo, che Socrate Scolastico e Filostorgio, suoi contemporanei, indicano anche se in modo velato. Così come decenni dopo faranno Damascio e lo stesso cattolico Giovanni di Nikiu, che ammette in modo indiretto la responsabilità di Cirillo:

«And when they learnt the place where she was, they proceeded to her and found her seated on a (lofty) chair; and having made her descend they dragged her (…) And they tore off her clothing and dragged her  [till they brought her] through the streets of the city till she died. And they carried her to a place named Cinaron, and they burned her body with fire. And all people surrounded the patriarch Cyril and named him ‘the new Theophilus’; for he destroyed the last remains of idolatry in the city» (The Chronicle of John, Bishop of Nikiou, translated from Zotenberg’s ethiopic text [1916]. Traduzione a cura di R.A.Charles, Christian Roman Empire series, Vol. 4, Evolution Publishing Merchantville, New Jersey 2007, p. 102).

Certo sia Damascio sia Giovanni di Nikiu vissero alcuni decenni dopo Ipazia. Questo è un buon motivo per non credere? Non è però abbastanza per rifiutare recisamente la santità di Cirillo?
Chi ha studiato la storia della chiesa cattolica sa di quali nefandezze è stata capace. Non è necessario ricordare Torquemada.
Ultima fonte che pochi conoscono, a proposito di Ipazia, è Ioannis Malalas (Antiochia, 491-578), storico bizantino, del quale vi riporto la traduzione (realizzata da me e Alberto Biuso) del testo greco di un passo che riguarda proprio Ipazia.

«L’imperatore Teodosio, in quello stesso periodo, ricostruì la grande chiesa che sta in Alessandria; che da allora è chiamata chiesa di Teodosio: fu infatti amico di Cirillo, il vescovo di Alessandria. Gli Alessandrini, in quel periodo, autorizzati ad agire liberamente dal vescovo, uccisero, gettandola poi nel fuoco, Ipazia, l’insigne filosofa, da tutti celebrata. Era donna di antico valore». (Ioannis Malalas, Chronographia, in “Corpus scriptorum Historiae Byzantinae”, L XIV V23 10-15 p. 35).

Qualche giorno fa, peraltro, ricercando notizie su Cirillo, ho avuto modo di notare che, anche se i testi cattolici non ne indicano direttamente le responsabilità, sono spesso giustificativi.

«Nella dura tutela del suo ufficio vescovile contro i giudei e i novaziani, non impedì purtroppo l’assassinio della docente di filosofia Ipazia (415) per opera della plebaglia della sua città. […] Egli poi giustificò il suo comportamento dispotico al concilio di Efeso nell’Apologeticus ad imperatorem […]» (AA. VV., Storia della chiesa cattolica, Edizioni Paoline, Milano 1989, p. 240)

È, altresì, interessante notare quel «docente di filosofia». «Filosofa» sarebbe stato troppo?

Andiamo poi alla catechesi di Benedetto XVI, che in parte ho riportato nel mio precendete articolo, il quale non disdegna di usare la seguente espressione per il grande Cirillo, difensore della cristianità:

«La reazione di Cirillo – allora massimo esponente della cristologia alessandrina, che intendeva invece sottolineare fortemente l’unità della persona di Cristo – fu quasi immediata, e si dispiegò con ogni mezzo già dal 429, rivolgendosi anche con alcune lettere allo stesso Nestorio».

Ultima riflessione: perché continua sempre a riproporsi il nome di Cirillo? Quali prove necessitiamo, se sono state tutte distrutte dai cattolici di allora, mentre quelli di oggi perseverano a difendere Cirillo? Basta navigare su internet e la tesi che non si hanno prove ritorna come miglior cavallo di battaglia. Il risultato è: non è stato lui.

In Italia siamo tutti garantisti. Non si fanno processi nel XXI secolo agli intoccabili, figuriamoci se non possiamo appellarci al legittimo impedimento nel caso di Cirillo, bello e defunto da millenni. In realtà, c’è stato un tempo in cui la chiesa faceva processi (897) anche ai cadaveri, Papa Formoso docet. Per non parlare di crociate, caccia alle streghe in cui anche la chiesa si dilettò (3 milioni di persone processate per stregoneria fino al 1756, 40 mila condannate a morte, l’80% donne), stragi (Clemente VII, per esempio, chiamato «il boia di Cesena», al secolo Roberto da Ginevra, aveva represso nel 1377 una rivolta nella città romagnola facendo 4 mila vittime), roghi a mai finire, torture e prigionie.

No, non sono necessarie prove per affermare che Cirillo rientra degnamente all’interno della lista dei carnefici cattolici.
È vero Amenábar ricostruisce laddove la storia tace, compreso Cirillo che legge San Paolo. Ma quanti cattolici sanno davvero che le lettere di San Paolo contengono quel passo (e molti altri dello stesso tenore)? Andiamo ad altro. Tutti, per esempio, credono che l’esperimento della nave risalga a Galilei, ma quanti sanno che invece è di Giordano Bruno (Cena de le ceneri, dialogo terzo)? Quanti sanno di Aristarco di Samo e prima di lui di Eraclide Pontico, contemporaneo di Aristotele (praticamente nato e morto negli stessi anni dello stagirita), che ancor prima ipotizzò il movimento delle Terra e la rivoluzione dei pianeti intorno al sole?
Ben vengano dunque le ricostruzioni, quando servono a stimolare anche soltanto il dubbio e per altri la ricerca.
Io però non ho dubbi sulla ferocia di Cirillo.
E per concludere riporto un passo di una bellissima pagina di Guido De Ruggiero:

«L’impresa religiosa di Giuliano passò nella vita dell’impero come una meteora. Dopo la morte di lui, una violenta reazione distrusse rapidamente tutto ciò che la sua fede aveva per un istante sorretto. Il neo-platonismo subì la stessa sorte della religione pagana con la quale aveva accomunato la propria vita, ed ebbe finanche la sua martire in Ippazia (sic), bella e intellettuale figura di donna, uccisa dal furore popolare suscitato dal vescovo Cirillo. Come scolaro di lei viene ricordato il retore Sinesio, che più tardi, convertito al cristianesimo, divenne vescovo». (Guido De Ruggiero, La filosofia greca, Laterza, Vol. II, Bari 1967, p. 302)

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